bellanapoli

tutto inizia con un omicidio: a roma un uomo muore e il suo assassino fugge dalla città dei papi trovando rifugio nelle campagne circostanti e approdando, in un secondo momento, a napoli. qui Caravaggio accresce, con brani di povera quotidianità, il suo realismo già disincantato: nelle sette opere di misericordia e nella madonna del rosario l’artista raccoglie “i pezzenti più straordinari e perfetti […] li butta in ginocchio, incolpevoli, a piante sporche, a braccia stese, a dita incollate […] in atto di chiedere quei poveri amuleti contro il loro destino di miseria”. ritrae la povera gente, i crocicchi, le lenzuola “lavate alla peggio e sventolanti a festone sotto la finestra” (Longhi). le opere lasciate in città faranno scuola, ammirate e tradotte in più modi e registri da svariate personalità.

Jusepe de Ribera è a napoli dal 1616, Merisi è già morto da sei anni, e tra i suoi soggetti favoriti ricorrono martiri e torture. non importa se santi o eroi: i suoi personaggi sono accomunati dalla sofferenza fisica e sorda.

marsia, urlante, cerca disperato il nostro sguardo mentre il bell’apollo, avvolto in un manto rosato, dal ricco cromatismo veneto, si accinge a punire la sua superbia. è un contrappunto grottesco quello che si crea tra il volto del dio, colmo di placido distacco, e la maschera di dolore incisa nelle pieghe del viso del satiro. è perfino palpabile il terrore che inchioda e paralizza le tre creature nell’angolo nel ruolo di spettatori increduli e impotenti. issione, incatenato e fustigato, mostra invece le membra contorte, mentre il volto è seminascosto dall’ombra marcata; è il suo carnefice il vero fuoco espressivo: la bocca è spalancata in un urlo rabbioso, la fronte solcata da rughe evidenziate dalla luce radente che svela solo l’essenziale.

la verità è ricercata nella sofferenza del corpo ed espressa in ogni impietoso dettaglio: è solo l’estremo punto di arrivo di una riflessione già intrapresa da Caravaggio nello studio di un ragazzo morso da un ramarro, già affrontata da Sofonisba Anguissola nel fanciullo morso da un gambero, già teorizzata da Leonardo con i moti dell’animo.

vicino alla maniera di Ribera è Luca Giordano tanto che, prima di schiarire la tavolozza alla luce di Veronese, ne è difficilmente distinguibile. ritornano in “Luca fa presto” gli stessi soggetti, pretesti per indagare il reale e il quotidiano al limite del grottesco, come nel ciclo dei filosofi sporchi e pezzenti, nell’apollo e marsia e nel san michele. nel diavolo urlante pungolato dall’arcangelo è innegabile l’influsso dello spagnolo: l’urlo muto che sgorga dalla gola spalancata è sufficiente a caratterizzare il personaggio e la bocca deforme è l’unico dettaglio del viso ad essere posto in luce. il medesimo atteggiamento è ripreso dalla bestia che accompagna gli angeli caduti tra le rosse fiamme dell’inferno.

Annunci

Informazioni su robertaprosapio

studentessa di Storia e critica dell'arte all'Università degli Studi di Milano
Galleria | Questa voce è stata pubblicata in Articoli, Sghiribizzi, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a bellanapoli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...