mnemosyne

può forse sembrare anacronistico rispolverare sistemi di indagine vecchi di circa un secolo come le Pathosformel, ma nell’era del digitale ragionare sull’arte per accostamento di immagini risulta essere, a mio avviso, la metodologia più semplice ed efficace, utile ad allenare l’occhio a scovare l’analogia e il dettaglio nascosto.

il creatore delle Pathosformel, il già citato storico Aby Warburg, le utilizzò nelle sue ricerche per evidenziare la persistenza e il ricorrere nella storia dell’arte, dall’antichità pagana all’epoca moderna, di simbologie e gesti precisi che accompagnano tutta la storia dell’umanità.

viene qui riproposto qualcosa di solo lontanamente simile, in quanto limitato al contesto di un’iconografia prettamente cristiana, quella del cristo buon pastore, che attinge a piene mani nel repertorio figurativo pagano. quando i primi committenti di arte cristiana necessitano di immagini per rendere espliciti i nuovi, e molto più complessi, significati evangelici e cristologici, si rivolgono naturalmente a maestranze pagane le quali sanno scovare e sfruttare soluzioni figurative particolari nel calderone dell’iconografia tradizionale (e pagana). si resta di stucco quando, sfogliando un manuale di archeologia greca, ci si imbatte in statue del moskophoros e kriophoros, bloccati in gesti senza tempo, in una frontalità regale, mentre tengono sulle spalle il vitello o l’ariete, offerta sacrificale per la divinità. dalla grecia arcaica all’arte romana e tardoantica, il passo non è breve, ma l’influenza è direttamente verificabile osservando quello che è divenuto il “buon pastore” comparire su sarcofagi, pitture murali catacombali, fino a giungere allo sfavillio dell’arte ravennate di V e VI secolo. il soggetto è il medesimo: un giovane uomo con un ovino issato sulle spalle, ma il significato di cui è investito muta. dall’antico riferimento all’offerta sacrificale si sposta ora a comprendere quello di pastore-guida che lascia il gregge per recuperare la pecorella smarrita, comprendendo in sé sentori salvifici con l’allusione al sacrificio della divinità e apocalittici.

il giudizio universale in età paleocristiana, come nel mosaico in sant’apollinare nuovo, viene infatti rappresentato come cristo tra il proprio gregge, senza quei riferimenti mostruosi e diabolici che caratterizzeranno le rappresentazioni medievali del giudizio.

“Quando verrà il Figlio dell’uomo […] Tutte le genti saranno radunate davanti a lui; ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore che separa le pecore dai capri; e porrà a sua destra le pecore e i capri a sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno a destra: venite, o voi, benedetti del Padre mio a prendere possesso del Regno… e a quelli della sinistra dirà: andate via da me o voi, i maledetti, al fuoco eterno”

(Mt 25, 31-41).

il cerchio si chiude quando un soggetto simile salta agli occhi nelle recensioni di performance artistiche contemporanee, questa volta però declinato in caratteri provocatoriamente femminili.

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Informazioni su robertaprosapio

studentessa di Storia e critica dell'arte all'Università degli Studi di Milano
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