sante e streghe di Carlo Crivelli

Strano come il cervello umano entri in relazione con le immagini. Oggi ne siamo costantemente bombardati: fotografia, pubblicità, media… vediamo, guardiamo e immagazziniamo creando un serbatoio virtuale, un data base con il quale confrontiamo inevitabilmente tutto ciò che, di nuovo, osserviamo. E’ un meccanismo inevitabile che, credo, funzioni anche con i volti delle persone: è simpatia, un volto ci colpisce, piace o meno, perché ne richiama alla memoria un altro.

Con i dipinti funziona alla stesso modo.

Alla National Gallery di Londra la sala dedicata a Carlo Crivelli colpisce nel suo tripudio di oro, di leoni dalle fauci spalancate e dalle criniere ricciute, di espressività di volti spesso rudi, veri e sofferenti. Tra diverse opere due hanno attirato la mia attenzione, una Maddalena e il suo pendant, una Santa Caterina d’Alessandria datate ai primi anni novanta del Quattrocento, non per lo stile in sé, ma per questo famoso “richiamo ad altro”. Specialmente nella Maddalena, il profilo eccessivamente appuntito, lo sguardo obliquo, la posa affettata delle mani che reggono il vaso d’unguento e la veste mi riportavano alla mente delle illustrazioni di favole lette da bambina.

Carlo Crivelli (?), Santa Caterina d’Alessandria e Maria Maddalena, 1491-4, Londra, National Gallery

Osservato e immagazzinato.

Rivedendo le due tavole londinesi a confronto con altre opere del Crivelli è palese però che qualcosa non funzioni: la posa della Maddalena, in particolare, richiama quella delle tavole, di medesimo soggetto, di Montefiore e di Amsterdam, ma la somiglianza finisce qui.

Carlo Crivelli, Maria Maddalena, particolare, 1470 ca., Montefiore dell’Aso, Chiesa di Santa Lucia

Il volto della Maddalena di Montefiore è pervaso di vita vera, totalmente assente dall’inespressivo visetto londinese. Stagliato sullo sfondo dorato il profilo è affilato, inciso, definito, ma totalmente anti classico: maliziosamente la santa lancia uno sguardo obliquo verso lo spettatore catturandone l’attenzione, mentre le labbra dischiuse paiono accennare un sorriso. “Così provocante e nervosa può tenere testa al diavolo, ma da sé senza l’aiuto del cielo” (Bovero). Pur incoronata da una elaborata aureola punzonata, è ben lontana dalle Maddalene pentite dalle vesti lacere: conserva invece tutta la sua sensualità nella raffinatissima posa delle mani, nell’incavo dei seni svelato dal corpetto, nei gioielli preziosi cui non ha rinunciato.  I dettagli sono estremamente realistici, come è caratteristico nei dipinti del Crivelli: dai riccioli biondi che coprono le orecchie ai fili di perle e ai ricami preziosi delle maniche che ritraggono una fenice dalle ali spiegate. Sono di una ricchezza e lucidità ottica che tradiscono influenze fiamminghe, mentre le pieghe metalliche del velo non mancano di ricordare gli influssi padovani, ma anche ferraresi, appresi nella bottega dello Squarcione.

Sempre derivata dall’altissimo modello della Maddalena di Montefiore è quella di Amsterdam, più tarda, dalla quale la Maddalena di Londra riprende il corpetto sbottonato e le ricche volute di ricci ai lati della testa. Più languida e dolce della precedente (forse più stanca?), ne varia di poco la posa, avvolta nelle dure pieghe del manto, che contrastano con le morbide onde dei lunghi capelli biondi. Il volto è più posato e distaccato, ma sempre superbo ed elegante, resta la gestualità delle mani esagerata e ipnotica, niente a che spartire con la tavola di Londra. Lo sfondo, non più totalmente aureo, si arricchisce di fiori e marmi, sciorinando, insieme agli spettacolari dettagli della veste, un ricchissimo campionario artigiano di materia tattile.

Carlo Crivelli, Maria Maddalena, particolare, 1746 ca., Amsterdam, Rijksmuseum

Diverse esperienze forgiano la carriera del Crivelli, riscoperto dalla critica artistica solo in tempi relativamente recenti: nasce e si forma inizialmente nella Venezia monopolizzata dalle botteghe dei Bellini e dei Vivarini in cui la raffinatezza del gotico cortese ancora domina la pittura locale; si aggiorna a Padova alla luce dell’umanesimo archeologico squarcionesco dove entra in contatto con Mantegna, Marco Zoppo, lo Schiavone; si reca a Zara e infine si stabilisce nelle Marche, ambiente non digiuno da influssi dell’arte nordica pervenuti attraverso le stampe e l’ambiente tipografico. La grandezza della sua pittura è data dell’abile sintesi tra l’astrattismo dell’oro e la cruda realtà dei volti, delle mani, che scivolano quasi nel grottesco e nell’espressività tedesca. Il tutto è riunito nella monumentalità dei corpi solida e costruita dalla luce, che contrasta piacevolmente con l’inconsistenza dell’oro. Tutti questi caratteri mancano nei due dipinti della National Gallery presentati in sala come opere di Crivelli, ma considerate da Bovero ne “I Classici dell’arte Rizzoli” troppo deboli per essere ascrivibili alla mano dell’artista. Sarebbero quindi da considerarsi non autografi. Le ricerche proseguono.

Hiroaki Ikeda, illustrazione per la favola I Cigni Selvatici di Andersen

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Informazioni su robertaprosapio

studentessa di Storia e critica dell'arte all'Università degli Studi di Milano
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