Riflessi d’acciuga

L’aria è frizzante in questa domenica pomeriggio di metà ottobre dal tempo incerto. Le chiome degli alberi iniziano appena ad imbiondire, il terreno è già punteggiato di castagne matte. Parco Sempione, piccolo polmone verde della città, preso tra i due fuochi dell’Arco della Pace e del Castello Sforzesco in questa giornata senza auto respira di più. Senza i rumori del traffico sembra di essere altrove.

Poco distante dall’Arena sorge un curioso edificio in stile liberty. Il prospetto principale, che si apprezza malamente a causa di una brutta recinzione, è dominato da un Nettuno e da insoliti bassorilievi. Ebbene, anche Milano ha un acquario civico e a ben guardare, come ogni cosa, racchiude la sua buona dose di storia.

L’acquario vede la luce nel 1906, costruito su progetto dell’architetto Sebastiano Locati in occasione dell’Esposizione Internazionale ospitata proprio nello spazio di Parco Sempione; è espressione di quello stile liberty che in città, a saper cercar bene, ancora permane in eleganti cancellate di ferro fiorito e facciate decorate. Il tema dei rilievi non potrebbe essere più azzeccato, a cominciare dalla grossa testa di ippopotamo che, coperta di muschio, sputa l’acqua nella vasca di pesci posta tra i due ingressi. Una piccola enciclopedia figurata si dispiega sulla facciata: le ampie finestre sono inquadrate al piano terra da medaglioni su cui sguisciano grossi pesci di pietra e al primo piano da eleganti colonnine e da maioliche a tema acquatico. Una fotografia dell’epoca, reperita sul sito internet dell’istituzione, rivela uno scorcio della sistemazione interna dell’acquario nel 1906: il percorso ad anello è concepito come una vera e propria grotta ai cui lati si aprono le piccole finestrelle affacciate sulle vasche dei pesci. Il contrasto con la soluzione attuale è elevato: rimossa la decorazione ambientata si è proceduto al restauro e modernizzazione degli spazi e delle vasche nel corso di un primo intervento (effettuato a seguito dei pesanti bombardamenti del ’43 e protrattosi fino alla riapertura al pubblico degli anni ’60) e soprattutto dell’ultimo restauro (2003-06). Oggi, con il suo pavimento in legno, gli spazi puliti e le grandi vetrine aperte sulle vasche, l’acquario non conserva più nulla della sua condizione originaria, svincolando l’interno dell’edificio dalla facciata esterna.

In questa “Domenica a spasso” l’acquario è preso d’assalto da adulti e bambini che, rumorosissimi, si schiacciano sui vetri fotografando con l’I-Pad. Immagino come dovevano essere diversi i visitatori del secolo scorso, forse più composti, sicuramente meno tecnologici, le donne con abiti lunghi ed eleganti, i bambini con pantaloni corti e i calzettoni.

Dando la caccia al giardino d’inverno, fuorviati dalle indicazioni errate dei cartelli e reindirizzati (con il solito garbo) dal personale addetto, incappiamo in un piccolo corridoio popolato da presenze silenziose e lievemente inquietanti, esattamente come per me sono gli ospiti delle vasche dell’acquario. Sono le donne di Roberto Kusterle: distanti e schive, ritratte in grandi pannelli in bianco e nero, avvolte in pizzi e merletti inamidati di salsedine, hanno un sapore fin de siècle e l’odore di pesce suggerito dai molluschi e dai crostacei che portano come ornamento e accessorio. Il bagliore argenteo delle squame del pesce azzurro accende di riflessi ampi collari e orecchini pendenti, i granchi come collier, i tentacoli dei polpi diventano cappellini, avviluppano il collo, celano i seni di queste monumentali sirene che ammaliano, senza cantare, nella loro vibrante scala dei grigi, in un gioco surreale e sensuale di metamorfosi marine.

http://www.acquariocivicomilano.eu/

http://www.robertokusterle.it/index.htm

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Informazioni su robertaprosapio

studentessa di Storia e critica dell'arte all'Università degli Studi di Milano
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