PiCanova e altri racconti

Dopo le interminabili code che si attorcigliavano davanti a Palazzo Reale durante periodo natalizio, il flusso ininterrotto di visitatori picassiani finalmente scema, andando ad ingrassare le file di altri grandi eventi di cultura, quelle esposizioni dal titolo altisonante, più acchiappa-visitatori di un cartello di saldi al 70%.

Tra queste rientra quella di Canova e Gérard promossa da Eni a Palazzo Marino. Un appuntamento che, ormai da diversi anni, ci regala un’opera d’arte isolandola dal marasma del Louvre, quasi elemosinandola ai poveri cugini italiani, facendoci però la gentilezza di non pagare il biglietto.

Oggi da Amore e Psiche c’è poca coda per fortuna: un tappeto di erbetta sintetica accoglie il visitatore introducendolo in una sala Alessi ambientata e trasformata in un giardino per l’occasione. L’atmosfera da locus amoenus è completata dalle proiezioni di luci sulle pareti  che, come il sole quando gioca tra i rami e le foglie di un bosco, getta ombre di pizzo sulle pareti.

E’ il prof. De Bonis la guida che accompagna il mio gruppo e con una parlantina invidiabile ci introduce all’argomento di amore e bellezza davanti alla tela di Gèrard. Le sue parole sono scelte con cura, il tono costruito, ma è impossibile non restare a bocca aperta davanti alle sue sapienti descrizioni che, come pennelli carichi di colori e vernici sembrano dipingere un nuovo Amore e Psiche ingrassando e scaldando i colori, arricchendo i dettagli, conferendo con abilità vita e vigore a una tela che, zittitasi la guida e svanita la magia, poco sembra comunicare. E’ come se qualcuno avesse acceso all’improvviso la luce svelando tutte le pecche prima nascoste dall’ombra: fredda imitazione di scultura, congelata citazione della maniera romana.

Francois Gérard, Psyché et  l'Amour, 1798, Parigi, Museo del Louvre

Le parole di De Bonis sembrano invece del tutto superflue davanti alla scultura del Canova:  qui non c’è traccia di quell’abusato aggettivo “freddezza neoclassica”: Amore e Psiche comunicano, palpitano come le ali della farfalla che lei dona ad Amore, la sua anima, il suo respiro. E’ Psiche che domina il gruppo, è su di lei che il compagno mollemente si abbandona, è in lei che si fondono le due figure in una inusuale visione laterale dal fianco sinistro. L’anima è il sostegno dell’amore, non viceversa.

Antonio Canova, Amore e Psiche stanti, 1797, Parigi, Museo del Louvre

Protetto da una teca, il marmo è illuminato da una luce modulata, studiata, quanta differenza dalle opere normalmente esposte alle frotte di turisti del Louvre! Sottratte alla ressa qui fanno un effetto diverso, con un allestimento pensato appositamente per loro, sotto i riflettori e non sotto i falsh di turisti cafoni. Penso  alla Venere allo Specchio di Tiziano, esposta a Palazzo Marino solo due anni fa, oggetto di un catalogo molto interessante: l’ho rivista per caso al Louvre, quasi invisibile insieme a molti altri capolavori di fronte alla molto più considerata Monna Lisa, esposta nella stessa sala.

Pro e contro si alternano considerando i tentativi di questo “Louvre diffuso” che travalica le Alpi. Ma viene da chiedere, ne abbiamo davvero bisogno? Non abbiamo abbastanza arte qui su cui puntare l’attenzione? Non c’è davvero nulla  che qui da noi possa attirare frotte di visitatori? Abbiamo davvero bisogno dell’elemosina del Louvre? Non sarebbe il caso di dare di fiducia al pubblico, solleticando la sua curiosità con qualcosa di diverso?

E dopo le stramostre che monopolizzano i cartelloni municipali arriva finalmente il momento di quelle più nascoste, quelle da scovare col lanternino, quelle che scopri quasi solo grazie al passaparola: i tarocchi Busca a Brera, i giochi da salotto a Palazzo Morando, Bellini al Poldi Pezzoli… inizino le visite!

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Informazioni su robertaprosapio

studentessa di Storia e critica dell'arte all'Università degli Studi di Milano
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Una risposta a PiCanova e altri racconti

  1. patrizia ha detto:

    Brava brava brava!!!!

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