Dürer per caso

Sarà complice l’afa, quel caldo umido delle cinque di sabato pomeriggio, ma l’atmosfera che regna al Palazzo della Permanente non è delle più vivaci. Una sensazione di molle abbandono ti accoglie all’ingresso, più solerte dell’addetto alla reception e striscia lungo i muri male intonacati di uno spazio espositivo davvero imponente, ti accompagna al primo piano, in un salone spoglio e, senza preamboli, ti pone davanti a un’infilata di 170 incisioni di, niente meno, Albrecht Dürer.

Provenienti dalla collezione di proprietà del Comune di Novara, donata alla città nel 1833 da Venanzio e Gaudenzio De Pagave, le incisioni sembrano ripescate dal dimenticatoio per puro caso e approdano a Milano in sordina, in una cornice, letteralmente parlando, non proprio esaltante. L’allestimento è senza pretese, spartano, il supporto didattico minimal, ma se ci si sforza solo un istante di andare direttamente alla sostanza, concentrandosi proprio sulle incisioni, è immediatamente chiaro quanto tutto il resto possa essere solo surplus.

Durer, Visione di sant'Eustachio, 1500-02 ca, particolare

I fogli presenti sono un campione davvero esiguo se si considera la mastodontica produzione grafica dell’artista tedesco, ma sono sufficienti per restare letteralmente a bocca aperta davanti a una simile perizia tecnica. La ricchezza dei dettagli delle xilografie, la fluidità delle linee, che a prima vista tutto richiama fuorché la rigidità del legno in cui sono state incise, sono nulla se paragonate alle incisioni a bulino, in cui l’abilità di incisore di Dürer, l’eleganza e la scioltezza del tratto spiccano in tutta la loro bellezza.

Il vero godimento è analizzare ogni centimetro del foglio attratti come da una calamita, il naso si ritrova inaspettatamente a pochi centimetri dal vetro, gli occhi scoprono dettagli sempre più minuti e perfetti, tuffandosi letteralmente nel disegno, scrutando il tratteggio perfetto che scolpisce la muscolatura di Adamo, i finimenti di cavalli e le dettagliatissime armature dei cavalieri, contando le finestre del castello da fiaba intravisto dal bosco di Sant’Eustachio, contando i ciuffi di pelo dei suoi cani da caccia, il riflesso dei vetri piombati dello studio di San Girolamo.

Durer, Visione di sant'Eustachio, 1500-02 ca, particolare

Ma la tecnica da sola è sterile, non basta a comunicare emozione: e qui la perizia si unisce alla fantasia, all’invenzione e la ricercatezza del dettaglio si esaspera fino alla deformazione quasi grottesca cara all’iconografia germanica. Qui gli influssi si mescolano,  i linguaggi fiamminghi e italiani si fondano in richiami e rimandi, influenze e citazioni.

Due date mi accompagnano durante la visita, incisione dopo incisione: 1494 e 1505. Sono le date dei due soggiorni documentati di Dürer in Italia, viaggi spesi tra Mantova, Padova, Venezia, occasioni incredibilmente prolifiche e di scambio tra la lingua artistica tedesca e quella italiana. Inizia qui la caccia all’influsso del rinascimento italiano: la monumentalità della figure, l’arco romano a tutto sesto, la gestione dello spazio e della composizione.

Dürer, Adamo ed Eva, 1505, particolare

Dimenticate Leonardo, le patinature da grande sponsor.

Armiamoci di lente di ingrandimento, scopriamo opere a cui nemmeno le fotografie sono in grado di rendere giustizia.

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Informazioni su robertaprosapio

studentessa di Storia e critica dell'arte all'Università degli Studi di Milano
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2 risposte a Dürer per caso

  1. patrizia ha detto:

    Brava ed appassionata!!

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